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«Trump ha tutto l’interesse a contenere i prezzi dell’energia da qui alle elezioni».

Di Jérôme Sicard, Caporedattore, SPHERE
Intervista
Matthias Ramser
Chief Investment Officer
Reichmuth & Co Privatbankiers

La crisi petrolifera ha riportato in primo piano il rischio di inflazione e le incertezze sui tassi. Per Matthias Ramser, tuttavia, la questione va ben oltre i confini del Medio Oriente. La concentrazione dei mercati azionari e i massicci investimenti nell’intelligenza artificiale impongono di ripensare la diversificazione dei portafogli, senza però perdere di vista le prospettive di crescita a lungo termine.

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Il prezzo del barile di petrolio ha raggiunto i 115 dollari, il livello più alto da maggio. Quali sarebbero le conseguenze economiche di uno shock petrolifero prolungato?

L’aumento dei prezzi del petrolio sta già pesando sull’economia. Le famiglie hanno meno denaro da destinare alle spese, mentre le imprese vedono aumentare i propri costi. A questo punto, tuttavia, non riteniamo che il petrolio, da solo, possa provocare una recessione. Probabilmente il suo prezzo dovrebbe mantenersi nettamente al di sopra dei 140 dollari al barile per un lungo periodo. La durata dello shock sarà quindi determinante.

Con l’avvicinarsi delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti, le incertezze politiche complicano ulteriormente la situazione. Non sappiamo se Trump deciderà di colpire nuovamente l’Iran. Ha però tutto l’interesse a contenere i prezzi dell’energia da qui alle elezioni. Si tratta infatti di una questione politicamente delicata. Gli elettori attribuiscono a lui l’aumento dei prezzi alla pompa, e rischia di perdere il controllo sia della Camera dei Rappresentanti che del Senato. Paradossalmente, questa non è necessariamente una situazione sfavorevole per gli investitori. Dal 1950, l’S&P 500 ha registrato un rialzo nei dodici mesi successivi a ogni elezione di medio termine, indipendentemente dal risultato.

Il nostro scenario di base rimane quello di una nuova escalation di breve durata. Una crisi energetica prolungata non sarebbe nell’interesse né delle grandi potenze economiche né dell’Iran, che a sua volta ha bisogno di poter esportare il proprio petrolio.

Anche se il conflitto dovesse concludersi rapidamente, riteniamo che i prezzi del petrolio rimarranno superiori al livello precedente alla guerra contro l’Iran. Occorrerà innanzitutto ricostituire le scorte che sono state intaccate. Inoltre, in un mondo caratterizzato da una crescente frammentazione geopolitica, molti paesi dovrebbero attribuire un’importanza ancora maggiore alla propria sicurezza energetica. Questi due fattori dovrebbero mantenere un premio di rischio nei prezzi del petrolio.

In che modo le banche centrali dovrebbero adeguare la propria politica monetaria a un aumento duraturo dei prezzi dell’energia?

L’aumento dei prezzi dell’energia pone le banche centrali di fronte a un dilemma. Da un lato alimenta l’inflazione, ma dall’altro riduce il potere d’acquisto e frena la crescita. Tutto dipenderà quindi dalla durata di questa spinta inflazionistica e dalla sua capacità di radicarsi, in particolare se porterà a richieste salariali più elevate.

La situazione è particolarmente delicata per la BCE. Essendo fortemente dipendente dalle importazioni di energia, l’Europa è particolarmente vulnerabile a questo tipo di shock dal lato dell’offerta. Eppure la crescita è già debole. La BCE deve quindi trovare un equilibrio tra la lotta all’inflazione e il sostegno all’attività economica.

Negli Stati Uniti, gli effetti di secondo giro rimangono per ora limitati e le aspettative di inflazione a lungo termine restano relativamente stabili. Non prevediamo quindi una lunga serie di aumenti dei tassi. Il nostro scenario prevede ancora uno o due aumenti da parte della Fed, seguiti da una pausa. I mercati azionari dovrebbero essere in grado di assorbirli. Il rischio sarebbe invece molto più grave se le aspettative di inflazione si allontanassero in modo duraturo dall’obiettivo della Fed e costringessero quest’ultima ad aumentare ulteriormente i tassi. Ciò rappresenterebbe allora una delle principali minacce per i mercati azionari mondiali.

Quali adeguamenti di portafoglio consentirebbero oggi di proteggersi meglio da una nuova escalation in Medio Oriente?

Dall’escalation del conflitto in Medio Oriente, riteniamo preferibile mantenere le nostre posizioni nelle società energetiche. Una netta distensione geopolitica potrebbe certamente pesare temporaneamente sui loro titoli. Riteniamo tuttavia che i prezzi del petrolio rimarranno superiori al livello precedente al conflitto, anche in caso di allentamento delle tensioni. La ricostituzione delle scorte e la crescente importanza della sicurezza energetica dovrebbero mantenere un premio di rischio sul petrolio, il che sosterrebbe anche le prospettive delle aziende del settore.

Continuiamo inoltre a puntare sull’oro per diversificare i nostri portafogli di fronte ai rischi geopolitici. Dopo la recente correzione, un prezzo vicino ai 4’000 dollari l’oncia ci sembra offrire nuovamente un punto di ingresso interessante.

CalPERS, il grande fondo pensione statunitense, ha ridotto del 26% la propria esposizione diretta ai «Magnificent Seven». Il rischio di concentrazione sui titoli tecnologici è diventato eccessivo?

Il mercato azionario statunitense è indubbiamente molto concentrato. Questa situazione si spiega tuttavia in parte con le performance delle maggiori aziende tecnologiche, la cui crescita degli utili supera la media. Il loro peso negli indici non è quindi dovuto solo ad aspettative eccessive, ma si basa anche, almeno in parte, su risultati ben reali.

Il rischio risiede in particolare a livello dei portafogli. Molti investitori sono più esposti di quanto credano a una manciata di grandi aziende. Detengono gli stessi titoli attraverso fondi indicizzati, fondi attivi e investimenti tematici. Tuttavia, un’azienda, per quanto eccellente, può risultare troppo costosa in Borsa.

In questo contesto, comprendo la decisione di CalPERS. La vedo meno come una sfiducia nei confronti della tecnologia e più come una volontà di diversificare meglio i propri investimenti. Rimaniamo convinti del potenziale a lungo termine dell’intelligenza artificiale. Tuttavia, è necessario trarne vantaggio nell’ambito di un portafoglio equilibrato, senza dipendere eccessivamente da poche società.

Come reinvestireste il 26% di cui CalPERS ha ridotto la propria esposizione?

Tutto dipende dalla composizione del resto del portafoglio. Manterremmo una quota significativa dei nostri investimenti nei «Magnificent Seven» e nelle aziende di qualità che forniscono le infrastrutture necessarie all’IA. Ma vediamo emergere opportunità anche tra le società che utilizzano questa tecnologia.

Le banche ne sono un buon esempio. L’intelligenza artificiale potrebbe consentire loro di aumentare l’efficienza, in particolare nelle attività amministrative e nel servizio clienti. Anche il settore biotecnologico mi sembra promettente. L’IA potrebbe accelerare notevolmente lo sviluppo di nuovi farmaci. Immaginiamo un importante passo avanti nel trattamento del cancro reso possibile da questa tecnologia. Una scoperta del genere potrebbe cambiare profondamente la nostra percezione del suo potenziale economico.

Apprezziamo anche le aziende del settore sanitario ben consolidate. Molte presentano fondamentali solidi e valutazioni interessanti. Consentono di diversificare i portafogli, soprattutto se le aspettative molto elevate riposte nell’IA non dovessero concretizzarsi appieno.

Non si tratta quindi di voltare le spalle all’IA, ma di ampliare l’ambito degli investimenti che possono trarne vantaggio. Finora, i principali beneficiari sono stati soprattutto i fornitori di infrastrutture. In futuro, le aziende che sfruttano queste tecnologie potrebbero prendere il testimone. Si ripete in parte lo scenario di Internet di 25 anni fa. I benefici economici più significativi non sono derivati solo dalle infrastrutture, ma dal loro utilizzo su larga scala in quasi tutti i settori.

A che punto i massicci investimenti nelle infrastrutture di IA potrebbero diventare un problema per gli investitori azionari?

Le grandi rivoluzioni tecnologiche sono spesso accompagnate da un eccesso di investimenti. È stato così per le ferrovie, l’elettrificazione e Internet. Sarebbe sorprendente se l’intelligenza artificiale sfuggisse completamente a questa logica.

Non metto in dubbio il potenziale di questa tecnologia. I notevoli progressi compiuti in matematica, nella programmazione e nella risoluzione di problemi complessi lasciano intravedere significativi aumenti di produttività. La questione è capire con quale rapidità e in che misura tali progressi si tradurranno in un aumento del fatturato e degli utili delle imprese. Esiste il rischio che gli investimenti nelle infrastrutture di IA superino temporaneamente la domanda reale.

Al contrario, l’IA potrebbe diffondersi molto più rapidamente rispetto alle tecnologie precedenti. Con Internet è stato necessario costruire una nuova infrastruttura. Oggi, le aziende possono fare affidamento sui propri sistemi digitali esistenti. L’adozione dell’IA potrebbe quindi essere nettamente più rapida.

Per gli investitori, tutto dipenderà dalla capacità dei ricavi e dei flussi di cassa generati dall’IA di tenere il passo con gli importi investiti. Occorre distinguere due scenari. Se la tecnologia stessa deludesse sostanzialmente le aspettative, forti ribassi sui mercati azionari sarebbero quasi inevitabili. Se, al contrario, l’IA mantenesse le promesse, ma alcuni modelli economici o investimenti nelle infrastrutture fallissero, le perdite dovrebbero colpire soprattutto le aziende interessate.

Un rallentamento degli investimenti nell’IA non sarebbe quindi necessariamente una cattiva notizia. Potrebbe tradursi in una maggiore disciplina, con le aziende che privilegiano maggiormente l’efficienza e la redditività.

In fondo, non è l’ammontare investito nell’IA che conta di più, ma la capacità di generare rendimenti soddisfacenti. Il rischio di un eccesso di investimenti è reale. Tuttavia, alla luce dei progressi tecnologici e dei risultati osservati finora, nulla mi induce a mettere in discussione il potenziale dell’IA nel lungo termine.

Biografia

 

Matthias Ramser

Reichmuth & Co Privatbankiers

Matthias Ramser è Chief Investment Officer di Reichmuth & Co Privatbankiers, banca privata svizzera, dal 2020. È responsabile della strategia d’investimento e dell’allocazione degli attivi. In precedenza ha ricoperto ruoli dirigenziali nella gestione degli investimenti presso Suva, Julius Baer e la Banca Cantonale di Zurigo. Matthias Ramser ha conseguito un dottorato in finanza presso l’Università di Zurigo e possiede anche la certificazione CFA.

 

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